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Michele Fina, “Votate candidati abruzzesi, non paracadutati”

20 settembre 2022 | 06:03
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Michele Fina, “Votate candidati abruzzesi, non paracadutati”

Michele Fina, candidato per il Pd al Senato alle prossime elezioni politiche, ospite di Grandangolo. “Campagna elettorale surreale. Prima di pensare al voto si doveva trovare una soluzione al caro bollette”.

Michele Fina, candidato per il Pd al Senato alle prossime elezioni politiche del 25 settembre, ospite di Grandangolo. “Campagna elettorale surreale. Prima di pensare al voto, urgeva trovare una soluzione al caro bollette”.
“Quando andremo a votare dovremo scegliere l’Abruzzo o Roma: orgoglioso che il Pd abbia candidato solo abruzzesi”.

Tanti slogan, pochi contenuti. Cosa pensa di questa campagna elettorale e dei toni alti sollevati dai leader, spesso su questioni che interessano marginalmente i cittadini?
“Trovo questa campagna elettorale surreale. Se in 70 anni di storia repubblicana non si è mai votato in questo preciso periodo dell’anno ci sarà qualche motivo. Io ho iniziato a girare in lungo e in largo l’Abruzzo dal 15 agosto scorso, quindi nelle settimane in cui i cittadini sono a riposo o, ovviamente, in vacanza. Poi c’è il rientro al lavoro, il rientro a scuola, con i relativi costi, c’è un’inflazione elevata e, purtroppo, ci sono le bollette. Non c’è una persona incontrata in queste settimane che non mi abbia parlato dei problemi legati al rincaro delle bollette. Ed è surreale sentire i leader del centrodestra dire, oggi, ‘Il Governo deve stanziare subito 30 miliardi per risolvere questo problema’. Noi – continua Michele Fina – abbiamo detto, ben prima che iniziasse questa giostra, che bisognava occuparsi insieme del Paese per risolvere la crisi energetica e poi bisognava pensare alle elezioni. Ciò non è stato fatto ed oggi ci ritroviamo a chiedere il voto a persone che non possono non chiederci come faranno per pagare le bollette. Motivo per cui trovo il tutto surreale”.

“Sicuramente si assiste a una campagna mediatica – ha aggiunto Fina – ma credo che siano emerse questioni programmatiche di fondo, ad esempio sull’Europa. Il nostro europeismo ci ha fatto ottenere le risorse del PNRR, mentre l’antieuropeismo si traduce anche solo quando Giorgia Meloni dice ‘Se vinceremo andremo in Europa a dire ‘È finita la pacchia’. Così si rischierebbe anche di perdere i fondi del Piano di Ripresa e Resilienza. Vero è che il Pd paga il fatto di essere stato al governo a prescindere dai risultati elettorali, fattore che viene visto come condanna”.

In tanti hanno collegato ed associato l’attivismo del Pd per prolungare l’attività di Governo Draghi, al fatto che il Partito Democratico abbia preso parte ai recenti Governi pur senza vittorie effettive alle elezioni. Cosa risponde?
Abbiamo visto con Fratelli d’Italia una crescita di consensi rilevante stando sempre all’opposizione, senza prendersi la responsabilità di niente. Non ci vuole uno scienziato della politica per capire che, di fronte a una pandemia e a una guerra, se tu sei chiamato al Governo ti ritrovi davanti problemi da ammortizzare e non opportunità da distribuire, quindi qualche scontento si crea sempre. Tuttavia, la necessità di tenere in piedi un Governo che era già di unità nazionale e che si fondava su una personalità come Draghi, utile anche a livello di immagine e di credibilità con l’Europa, era fondamentale”. 

Questione guerra, non si dovrebbero allentare i toni? 
“Assolutamente sì, ma c’è un punto da sottolineare: noi abbiamo bisogno di più Europa o meno Europa?Questa guerra si sta combattendo in Europa, al confine tra due grandi potenze. Stati Uniti da un lato e dall’altra parte la Russia. In mezzo non c’è un soggetto politico autonomo e forte e l’assenza di questo soggetto fa sì che la Nato continui a intervenire, perché gli stessi Paesi in difficoltà si rivolgono all’unico soggetto disposto a difenderli, appunto la Nato.
Per queste ragioni, sono convinto che un grande progetto di Stati Uniti d’Europa, che faccia anche da luogo di separazione tra queste grandi potenze, possa costituire un freno a situazioni simili a quella in atto: da un lato abbattendo la paura atavica della Russia di essere isolata o invasa e, d’altro canto, facendo venire meno la spinta degli Usa a compensare le assenze degli altri.
Il progetto originario dell’UE si è fermato, con una serie di contraddizioni. Essersi fermati a metà del cammino è sbagliato”. 

Perché si dovrebbe votare Michele Fina?
“Tra le scelte che dobbiamo compiere ce n’è una importante: l’Abruzzo o Roma? Siamo passati da 21 a 13 parlamentari, ciò significa un parlamentare ogni 100mila abitanti. I nostri avversari hanno catapultato 4 parlamentari non abruzzesi. Chi vota Fdi elegge Fabio Roscani, nessuno sa chi è perché è di Roma, ad esempio. Bagnai (Lega) è un professore di Firenze. Giorgia Meloni è candidata in tutta Italia. Siamo già l’unica Regione d’Italia ad avere un presidente non della regione che amministra. Questi parlamentari, mi chiedo, si faranno carico di problemi di una terra che non conoscono? Io sono orgoglioso che il Pd abbia candidato solo donne e uomini abruzzesi”. 

La nota di Fina sull’autonomia differenziata

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“Condividiamo e sottoscriviamo le preoccupazioni del dottor Alessandro Grimaldi, presidente regionale dell’Anaao: lo dichiara Michele Fina, segretario del Partito Democratico abruzzese e candidato al Senato. “Il progetto dell’autonomia differenziata – prosegue Fina –  è quanto di più lontano ci possa essere dai nostri programmi, perché mette in pericolo la coesione territoriale del Paese, l’uniformità dei diritti, e rischia – vista anche la vaghezza giustamente denunciata da Grimaldi – di far retrocedere la sanità pubblica del Sud, e quindi anche dell’Abruzzo. L’approccio dell’autonomia differenziata, che fa il paio con la flat tax, è ingannevole e dannoso. Che chi abbia di più concorra maggiormente a beneficio di chi sta peggio è per noi un principio irrinunciabile, vale per le persone e per i territori, vale ancora di più per la salute. Le destre la pensano evidentemente alla maniera opposta. L’autonomia differenziata in salsa centrodestra è infatti quella che è stato approvata in un referendum promosso dalla Lega in Veneto e che prevede in modo molto chiaro il trasferimento di risorse dallo Stato alla Regione in una lista la più ampia possibile di materie, un trasferimento che non può che essere condotto a danno dell’intero Paese e quindi dei territori più deboli, e il mantenimento della quasi totalità delle risorse fiscali nella regione, in una secessione di fatto del Paese”.